Avere più informazioni migliora sempre la qualità delle nostre decisioni?
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"What information consumes is rather obvious: it consumes the
attention of its recipients. Hence a wealth of information creates a poverty of
attention and a need to allocate that attention efficiently among the
overabundance of information sources that might consume it"
(Simon, 1971)
Gli
investitori hanno accesso con una relativa facilità alle più svariate fonti
informative. Ma l’abbondanza di informazioni consente veramente di migliorare
la capacità decisionale? Forse cerchiamo di analizzare più informazioni di
quanto il nostro cervello sia in grado di gestire. Tra l’altro, non è sempre
facile distinguere fra ciò che veramente rappresenta un’informazione utile da
quello che invece può essere considerato “rumore”.
Un interessante
esperimento, non riferito ad un contesto prettamente finanziario, è quello
di Dijksterhuis et al.
(2006). Ai partecipanti è stato chiesto di scegliere fra 4 diverse auto a
partire da 2 diversi livelli di informazioni disponibili sulle stesse. In un
primo caso si tratta di confrontare le auto sulla base di 4 caratteristiche;
nel secondo caso invece le caratteristiche da valutare sono 12.
In
entrambi i casi un’auto è significativamente migliore delle altre con il 75% delle
caratteristiche positive. Due auto hanno invece il 50% delle caratteristiche
positive e nella restante auto questa percentuale scende al 25%.
Nel
caso di una comparazione di auto basata su 4 caratteristiche, il 60% dei
partecipanti sceglie l’auto migliore. Quando il livello di complessità aumenta
e la comparazione di auto è basata su 12 caratteristiche, solo il 20% dei
partecipanti sceglie l’auto migliore.
In un
altro esperimento, Davis
et al. (1994) sottopongono ad alcuni studenti di un MBA i dati effettivi di
un’azienda (il cui nome è stato tenuto nascosto) in tre formati diversi:
Caso 1 -
informazioni di base;
Caso 2 - informazioni
di base + informazioni ridondanti;
Caso 3 - informazioni
di base + informazioni non ridondanti.
Agli
studenti è stato poi chiesto di fare una stima degli utili futuri dell’azienda.
I
risultati dell’esperimento mostrano che: i) nel caso 2 i soggetti sono stati molto
più fiduciosi nelle loro previsioni rispetto al caso 1; ii) nel caso 3 i
soggetti sono stati molto più fiduciosi nelle loro previsioni rispetto ai casi
1 e 2; iii) sorprendentemente, l'accuratezza della previsione è stata
significativamente più elevata nel caso 1 rispetto ai casi 2 e 3.
Avere
a disposizione più informazioni, sia ridondanti che non ridondanti, avrebbe quindi
come effetto quello di diminuire la qualità delle decisioni aumentando al tempo
stesso la fiducia nelle proprie capacità di giudizio. Questo risultato è
interessante in quanto mostra che un incremento di disponibilità di
informazioni non solo può peggiorare la qualità delle decisioni ma può anche generare
“overconfidence” da parte dei decisori.
Occorre
poi considerare problemi legati all’attenzione. Una limitata attenzione può
comportare, ad esempio, una sovrastima del ruolo causale (salienza) delle
informazioni che abbiamo a nostra disposizione. Un caso concreto di “saliency
effect” in finanza è fornito da Barber
e Odean (2008), i quali dimostrano che gli investitori individuali acquistano
maggiormente titoli che attirano l'attenzione (perché ad esempio sono più
menzionati dai mass media). Tra l’altro, dato che gli ultimi elementi di una
sequenza vengono ricordati meglio dei primi, quando si prendono le decisioni esiste
il rischio sovrastimare il ruolo delle ultime informazioni disponibili.
Altro
aspetto problematico, come ben documentato dallo studio di Mullainathan
e Schleifer (2005), è legato al cosiddetto “confirmatory bias”, ossia tendiamo
a dare più importanza alle informazioni che rafforzano le nostre convinzioni.
Se quindi
l’attenzione è una risorsa scarsa, Persson
(2017) evidenzia che fra i provider di informazioni esiste un incentivo a manipolare
l’attenzione per essere più visibili (o attention-grabbing) oppure per orientare
le scelte dei destinatari.
Questo
studio di Carretta
et al. (2011) dimostra come, anche nel caso di notizie finanziarie che
narrano di fatti di importanza limitata per le aziende cui si riferiscono, la
forza espositiva usata dai giornalisti sia una variabile importante ed in grado
di influenzare le scelte degli investitori (oltre che a rendere più attrattive
le notizie per il pubblico dei lettori del giornale).
E
per quanto riguarda i prospetti informativi di prodotti finanziari? Viene il
dubbio che nonostante la presenza (tesa a contrastare la manipolazione dell’attenzione)
di regole che impongono formati sempre più facili da comprendere, la disclosure
di più informazioni, per quanto apprezzabile in linea di massima, rischi di
influenzare negativamente la qualità delle decisioni.
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